Burocrazia inutile: le banche e la successione.

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Non so a quanti di voi sia capitato di dover aprire una successione a causa della morte di un genitore: spero per voi che siate pochi, non solo per l’evidente dolore che l’evento in sé comporta ma, anche, per l’inutile burocrazia nella quale si incappa (oltre al danno anche la beffa!) Nel mio caso, ciò che proprio non riesco a comprendere è l’assurdo comportamento, a mio avviso, della banca presso la quale mia madre aveva il conto corrente, nello specifico il Monte dei Paschi di Siena (ma posso supporre sia prassi diffusa presso qualsiasi istituto di credito). Per poter portare a termine questa benedetta successione, l’agenzia delle entrate richiede, oltre a tutti gli altri documenti – tra i quali l’elenco degli eredi – il certificato di sussistenza del credito alla data del decesso (tradotto: vogliono sapere quanti soldi aveva in banca mia madre quando è morta!) Bene. Parrebbe cosa semplice ed immediata: si va in banca e ci si fa rilasciare un comunissimo estratto conto alla data della morte. E invece no! La banca, che evidentemente non si fida di ciò che lo Stato le dice circa gli eredi, per darti questo foglio vuole la sostituzione dell’atto notorio con l’elenco (di nuovo) degli eredi, il certificato storico di famiglia, l’atto di morte (strano: lo Stato ha fatto sapere loro del decesso, tanto che il conto è stato bloccato… In questo caso si fidano??? A metà: abbastanza per bloccare il conto ma non a sufficienza per non volere l’atto di morte…). Una volta ricevuta la documentazione, la banca non rilascia immediatamente il certificato ma chiede lumi all’istituto centrale: nelle filiali periferiche non sanno contare? Ormai non è più necessario: lo fanno i computer! Ma tant’è! Si deve attendere il certificato dall’ufficio centrale. Una volta avuta questa carta, si può allegare a tutti gli altri documenti e portare all’agenzia delle entrate. Conclusa questa pratica, si torna in banca con la successione e, finalmente, la banca dovrebbe fare tutti i suoi bei conti, probabilmente ti dirà che chissà quante spese ha dovuto sostenere, detraendole dal conto e, si spera, ti dovrebbe consegnare l’assegno. Credo. Perché a questo step non sono ancora giunta. Ma io mi domando: cosa importa alla banca sapere chi sono gli eredi se è già lo Stato a dir loro chi sono? A che pro tutta questa inutile burocrazia? Dovrebbero rilasciare un estratto conto alla data della morte e, dopo, l’agenzia delle entrate dovrebbe dare loro il via libera alla chiusura del conto, con l’elenco degli eredi ed eventuali tasse da pagare. Punto. Vi farò sapere come si concluderà questa faccenda…

Egr. Sig. Dolce, quanta ipocrisia…

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Rispondo alla seguente dichiarazione di Dolce ai giornali:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/03/12/dolce-gabbana-famiglia-quella-tradizionale-non-ci-convincono-i-bambini-sintetici-gli-uteri-in-affitto

Egr. Sig. Dolce, francamente non comprendo tanta ipocrisia. Secondo lei dovremmo considerare naturale avere nel petto la valvola cardiaca di un maiale o subire il trapianto di un organo da un cadavere, essere bombardati da radiazioni ed avvelenati chimicamente, essere aperti come animali al macello e rivoltati come calzini per allungare la nostra vita, altrimenti destinata, in modo naturale, appunto, ad avere un termine molto anticipato rispetto a quanto avviene, invece, grazie alle conoscenze ed agli interventi medici? E per quale ragione si dovrebbe considerare un’aberrazione essere aiutati da quella stessa medicina a realizzare un sogno di maternità e a perpetuare, oltre che a preservare, la vita? Perché ritenere più etico adottare le nanotecnologie o impiantare parti bioniche per sentire, vedere o, addirittura, camminare, rispetto ad aiutare qualcuno ad avere un bambino? Perché, alla fine, è di questo che si tratta: aiutare la vita, non crearla dal nulla. È, in ogni caso, un inno alla vita e all’amore in cui non trovo nulla di vergognoso e non più artificioso del mantenere in vita qualcuno grazie a macchinari altamente tecnologici. Si tratta sempre e comunque di amore. Ognuno è, ovviamente, libero di pensarla come meglio crede ma trovo questi atteggiamenti davvero molto ipocriti. Dal canto mio, mi sento orgogliosa e sono molto felice di aver avuto e poter amare le mie dolcissime “figlie sintetiche”!!!

Sorelle del cuore: perché l’amicizia è una cosa seria!

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Sì, sorelle del cuore o, se preferite, dell’anima… Sono quelle persone che ti sono vicine dal momento in cui hai avuto la fortuna di incontrarle e per il resto della vita. Persone che, per le vicissitudini della quotidianità, puoi anche vedere e sentire poco ma che sai che ci sono, che ti sono vicine nei momenti bui e gioiscono con te in quelli felici, che quasi telepaticamente avvertono quando hai bisogno di loro, che hai voglia di sentire anche senza una precisa ragione. Mi reputo fortunata, perché ho queste sorelle (in verità, anche un fratello) del cuore, oltre al mio amato fratello di sangue. Loro sono la mia “famiglia allargata”, allargata nell’amore… Perché l’amore non si divide: si moltiplica. 💖

Cos’è la solitudine?

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Talvolta mi domando cosa sia davvero la solitudine e se essa sia una carenza o una risorsa. Ho conosciuto tante persone – giovani, vecchi, bambini, uomini, donne – e tante mi capita di osservarne: ognuno ha una differente percezione della solitudine. Credo che molto dipenda dall’età e dal vissuto, dalle esperienze e dalle aspettative. Chi ha desiderato ardentemente una famiglia, ad esempio, con coniuge e figli, ed un lavoro con colleghi e rapporti sociali ad esso collegati, in via esclusiva, quando e se si trova anziano, pensionato, magari vedovo e con i figli che vivono lontano, si sente improvvisamente solo, svuotato, come un sacco che un tempo era pieno di ogni delizia ed ora non lo è più: è solo un vecchio involucro liso e afflosciato dimenticato in un angolo. Questa rappresenta, a mio avviso, la solitudine triste, quella dei ricordi e dei rimpianti, quella in cui si vorrebbe un’anima con cui condividere parole e pensieri, con cui colmare i vuoti. C’è, poi, la solitudine interiore, quella che non si colma nemmeno in mezzo alla gente, quando si finge di ridere mentre si vorrebbe piangere, che nasce in un tempo ed un luogo remoto dell’anima: è la solitudine disperata, dovuta il più delle volte alla depressione, terribile e subdola malattia. Poi ci sono quelle persone che amano la propria autonomia, l’indipendenza, la possibilità di decidere in ogni momento cosa fare del proprio oggi o del domani, senza doversi preoccupare di danneggiare, con le proprie decisioni, chi sta loro intorno. Persone che vivono con gioia e senso di libertà la propria solitudine, che riempiono i silenzi con la meditazione, la lettura, la musica, la gioiosa compagnia di se stessi. In questo caso, evidentemente, la solitudine rappresenta una risorsa: quando e se si avvicinano a qualcuno,  lo fanno per scelta e non per bisogno. Sono quelle persone che, quando decidono di metter su famiglia,  lo fanno con assoluta serenità e coscienza, sapendo quali sono le difficoltà e ciò che rischiano di perdere (se stessi e la propria magica solitudine) e non lo fanno per riempire un vuoto ma per amore, quello vero, libero da ogni necessità. Sono persone capaci di riempire di gioia ed interessi la propria vita, che non fanno mai sentire il peso della propria solitudine per la semplice ragione che per loro non rappresenta un peso. Portano la felicità dentro, come un marchio, come fosse il colore dei loro occhi, e sono capaci di irradiarla intorno. E, quando saranno vecchi e pensionati, magari vedovi e con i figli lontani, avranno sempre i loro interessi, tanti amici, e la capacità di trovare soddisfazione anche nella loro ritrovata solitudine. Ci sono, infine, persone che si accontentano di una vita senza emozioni, perché temono la vita stessa, preferendo guardarla scorrere: se si sposano scelgono di non avere figli, o al massimo uno, se hanno un lavoro dev’essere qualcosa che non richiede un eccessivo dispendio di energie, non frequentano nessuno al di fuori della propria famiglia se non, alle feste comandate, i parenti stretti, prediligendo il silenzio pieno di timori delle proprie mura domestiche. Persone prive di interessi che vadano al di là del quieto menàge familiare, che osservano lo scorrere della propria vita senza dare o riceverne nulla, nell’oblio assoluto. Ecco, questo è per me il caso della peggior solitudine: quella del nulla, del vuoto interiore…

Saviano e la liberalizzazione della marijuana.

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Ho appena terminato di leggere l’articolo di Saviano su La Repubblica, l’erba contro i narcos:

http://m.repubblica.it/mobile/r/sezioni/esteri/2015/02/12/news/l_erba_contro_i_narcos-107106399/?ref=HRER2-1

È ben descritta la positiva evoluzione data dalla legalizzazione della marijuana in alcuni Stati degli USA e le conseguenze nefaste sui cartelli messicani della droga, nonché la mancanza delle sciagure sociali che si erano paventate. Si sono anche prospettate le eventuali ricadute di tutto ciò sui mercati e le mafie in Italia e in Europa. Tutto giusto e condivisibile, per carità, però… Un’unica perplessità: poiché la logica dell’articolo è assolutamente stringente, potrebbe essere applicata alla liberalizzazione di qualsiasi tipo di droga. Cosa accadrebbe, allora? Siamo certi che le questioni di ordine pratico debbano prevalere su questioni di tipo etico-morale? Mi spiego meglio: qual è il limite? Liberalizziamo la marijuana e poi? Quale sarà il prossimo step? La cocaina, l’eroina, le droghe sintetiche? Perché il ragionamento, che non fa una piega, dovrebbe essere valido solo per la marijuana e non per le altre sostanze? Siamo certi che sia sempre tutto lecito, in virtù di visioni economiche e politiche, a causa dell’incapacità dei governi di combattere le mafie? Quanto si può e si deve ancora abbassare l’asticella? Quali sarebbero le reali ricadute sociali nei lunghi tempi se questo ragionamento fosse esteso? La mia perplessità permane…

Pubblico del Verdi di Salerno indegno di assistere a rappresentazioni di livello internazionale.

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Venerdì scorso mi trovavo al Teatro Giuseppe Verdi di Salerno per assistere allo spettacolo portato in scena dai Momix: Alchemy. Ero seduta nella barcaccia ed ho tristemente constatato l’ignoranza e la cattiva educazione dei miei concittadini. Nel mio palco era presente un signore che mangiava patatine come se fosse al cinema, c’erano quattro signorine che di quando in quando guardavano il telefonino, commentavano e sghignazzavano. Una coppia, seduta accanto a me, si è presentata a spettacolo iniziato, è uscita dopo un po’ e poi è tornata; i due, inoltre, non hanno fatto altro che parlare tutto il tempo a voce piuttosto alta. Ogni tanto, sui vari palchi, qualcuno veniva illuminato dal display del proprio telefono cellulare e rimaneva palesemente intento a scambiare messaggi per un po’. Per tacere dei continui applausi fatti durante la rappresentazione, disturbando la stessa e dimostrando la totale incompetenza di chi assisteva allo spettacolo. Mi sono francamente vergognata dei miei concittadini. Non sono snob e tantomeno ho la cosiddetta “puzza sotto al naso” ma se non si ha la cultura o la competenza necessarie per assistere a rappresentazioni di alto livello, non si è obbligati a recarsi a teatro. Purtroppo, è diffusa la sciocca idea per la quale taluni vi si recano solo per poter dire in giro: “Io c’ero!”, e postare il commento su Facebook…

Riflessioni sull’insegnamento

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Ho iniziato ad insegnare da soli tre anni ed ho scoperto che la scuola è molto cambiata da come la ricordavo. Ho, inoltre, scoperto la difficoltà di svolgere un impressionante numero di attività in un tempo assolutamente esiguo per ogni classe. Insegno “Disegno e Storia dell’Arte” alle secondarie di secondo grado (ex scuole superiori) ed “Arte e Immagine” (già “Educazione Artistica”)  alle secondarie di primo grado (ex scuole medie) ed ho a disposizione due ore di insegnamento settimanali per ogni classe. Per quanto riguarda la prima tipologia di scuola, devo insegnare ai ragazzi la storia dell’arte collegandola alle altre discipline, per far capire che arte, società (politica, religione ed economia), storia, scoperte e conoscenze scientifiche e tecnologiche, pensiero filosofico (etico, estetico e morale) sono strettamente interconnesse. Devo, inoltre, insegnar loro le tecniche del disegno geometrico (disegno architettonico, scale di riduzione, assonometrie, prospettive, teoria delle ombre ecc…). Nel secondo tipo di scuola, invece, oltre alle nozioni di base della storia dell’arte, devo insegnare ai ragazzi a superare gli stereotipi e a conoscere, comprendere ed applicare le regole della comunicazione visiva ed a reinterpretarle in maniera personale, attraverso la conoscenza del disegno (matita, carboncino, china…), del colore (matite colorate, pennarelli, pastelli, acquerelli, tempere…), delle tecniche miste (es.: collage), della modellazione (es.: creta). Ovviamente, per entrambe le materie, devo spiegare, verificare le conoscenze e  le competenze acquisite, controllare il regolare svolgimento dei compiti a casa, interrogare, predisporre i compiti in classe, correggerli e mostrarli agli interessati spiegando loro dove e perché hanno sbagliato. Predisporre attività di laboratorio, lezioni su supporto informatico da preparare precedentemente a casa con cura, o proiezione di filmati esplicativi. Cercare di destare interesse e curiosità, stimolare al confronto e mantenere la disciplina. Poi c’è il tempo che va impiegato a trascrivere sul registro, non più cartaceo ma informatico, visibile ai genitori in tempo reale o quasi: lezione svolta, compiti assegnati, voti dati e commento agli stessi; note disciplinari, verifica delle giustifiche per eventuali assenze ed, ovviamente, firma di presenza. Poi ci sono le eventuali supplenze per coprire le ore degli insegnanti assenti. Oltre a tutte queste attività, ci sono poi i collegi d’istituto, i consigli di classe, gli scrutini, gli incontri con i genitori, gli open days organizzati dalle scuole… tutto rigorosamente al di fuori dell’orario scolastico. Se, quindi, in teoria, un docente lavora e viene pagato per venti ore a settimana, il lavoro svolto è, in realtà, di almeno trentacinque ore a settimana. Va, inoltre, aggiunto che si presuppone che detto docente abbia obbligatoriamente un computer e internet a casa, altrimenti non può aggiornare il registro telematico e nemmeno verificare le circolari o gli avvisi che le scuole ormai pubblicano solo sui loro siti. Ma allora io mi domando: perché non si allestiscono uffici all’interno delle scuole, in cui i docenti possono svolgere parte di questa immensa mole di lavoro ed anche confrontarsi tra loro, invece di farglielo fare a casa propria, e non smettiamo di prenderci in giro dicendo che lavorano solo venti ore a settimana? Una volta terminato il lavoro con gli studenti, gli insegnanti andrebbero in pausa pranzo per un’ora e poi svolgerebbero altre due o tre ore di lavoro pomeridiano… retribuito!!! Sarebbe più onesto nei confronti di noi docenti che, comunque, svolgiamo ugualmente queste attività ma… gratuitamente!

In amicizia, vi lasciate coinvolgere o preferite rimanere distaccati?

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Ebbene sì, lo confesso: quando voglio bene a qualcuno non sono capace di restare completamente distaccata.  Mi lascio coinvolgere, soffro se un’amica cara o un amico caro soffrono. Riesco a mantenere un certo grado di lucidità, sì, ma cerco di rendermi utile e di far sentire il mio amore quanto più possibile. Anche solo per offrire una spalla su cui piangere o un abbraccio avvolgente. Ed allo stesso modo mi piace condividere i bei momenti e ridere insieme fino alle lacrime, fino a quando i crampi agli zigomi e alla mascella sono così forti da farmi temere una paresi facciale, come una novella Joker. Eppure, non siamo tutti uguali. Per carattere o per esperienze particolari, alcune persone, pur volendo bene ai propri amici, non riescono e non vogliono lasciarsi troppo coinvolgere. Essendo io completamente diversa da costoro, sotto questo aspetto, trovo quest’atteggiamento poco comprensibile. È come se volessero difendersi da eventuali ferite, proteggersi dalla vita stessa. Forse hanno ragione loro, che soffrono meno ed osservano tutto da un punto di vista più distante e, quindi, più oggettivo. Forse… Eppure io lo trovo triste. Trovo fondamentale lasciarmi contaminare dalla vita, pur riuscendo a dominarla, come una malata cronica. Non vorrei mai doverla osservare da lontano. E voi? Cosa ne pensate?