Halloween non è (solo) una festa importata. Origini nostrane, feste tradizionali e folklore locale.

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A quanto pare Halloween riesce sempre più a generare polemiche tra i detrattori di questa usanza e chi, invece, caldeggia l’introduzione della “nuova” festa, tra chi addirittura vede qualcosa di demoniaco e tentazioni infernali mascherate da gioco per bambini e chi non trova nulla di male nelle mascherate carnascialesche e le richieste di dolciumi. Personalmente, non mi sento di gridare allo scandalo di fronte a tutto ciò, in quanto questa usanza è ben lungi dall’essere l’ennesima “importazione straniera”, essendo profondamente radicata anche nelle usanze del popolo latino, senza contare che non ha proprio nulla di demoniaco.

Un po’ di storia… Le popolazioni antiche erano strettamente legate ai cicli della terra, in quanto dipendevano dalle produzioni agricole e dagli allevamenti che potevano decretare la vita o la morte delle comunità. Così, quasi tutti gli antichi abitanti del continente europeo, dal bacino del Mediterraneo al Nord Europa, avevano riti propiziatori legati all’alternarsi delle stagioni ed alla fertilità dei campi e del bestiame. Per tale ragione, la fine dell’anno veniva generalmente fatta coincidere con il termine della stagione estiva e con l’inizio del periodo più freddo e più buio, quando gli allevamenti venivano ritirati dai pascoli per tenerli al riparo ed il ciclo produttivo della terra terminava. Aveva inizio, quindi, un nuovo anno, che partiva con la speranza di messi abbondanti, propiziate attraverso riti di vario genere. I latini celebravano l’arrivo del nuovo anno offrendo mele a Pomona, dea dei frutti e dei raccolti, spesso rappresentata con cornucopie stracolme di frutti e cereali, nella speranza di favorire la fertilità dei raccolti. Le celebrazioni erano tenute dai sacerdoti, i flamini pomonali, sebbene si sappia poco al riguardo. Anche altre popolazioni avevano riti simili che si celebravano la notte tra il 31 ottobre ed il primo novembre, il capodanno celtico, quando a causa del buio e del freddo si chiudevano nelle case, intorno ai fuochi dei camini, in attesa della primavera. I festeggiamenti per il nuovo anno erano conosciuti come riti di Samahain (pronunciato sau-in), che tradotto dal gaelico vuol dire “fine dell’estate”. Durante questi riti, si ringraziavano gli dei per i raccolti e la salute del bestiame avuti nell’arco dell’anno trascorso e si esorcizzava la paura dell’inverno, attraverso la celebrazione della morte. Le tradizioni spiritiche, infatti, sono molto più radicate nelle regioni agricole, dove la terra conserva ancora le suggestioni magiche. Le popolazioni celtiche credevano nella potenza magica della terra che, avendo la facoltà di resuscitare il seme che moriva in inverno, analogamente poteva resuscitare i morti. Secondo i Celti, durante Samhain, la barriera spazio-temporale tra il mondo dei vivi e quello dei morti si assottigliava, tanto da consentire agli spiriti dell’aldilà di oltrepassare il sottile velo che separava i due mondi e vagare indisturbati sulle terre dei vivi. Alla gioia ed ai festeggiamenti per la fine del vecchio anno, quindi, si univa la paura dei morti: si svolgevano sacrifici animali e si accendeva il fuoco sacro che veniva, poi, distribuito nelle varie case perché fossero protette, mentre ci si mascherava con le pelli degli animali uccisi per mettere in fuga gli spiriti maligni. In Irlanda si accendevano braci e si lasciava cibo fuori dalle case per i defunti che si fossero recati in visita presso i loro familiari affinché, soddisfatti, non giocassero loro brutti tiri. Ovviamente, tutte queste usanze si fusero tra loro grazie alle conquiste romane, sovrapponendosi. Nulla di demoniaco, dunque, come talvolta la Chiesa o suoi esponenti vogliono far credere, ma solo riti legati alla terra, ai raccolti ed agli allevamenti, ovvero alla vita stessa delle popolazioni antiche.

La Chiesa cercò in tutti i modi di eradicare le usanze pagane, demonizzate da sempre, ma questi culti erano tra i più sentiti dalla popolazione. Non riuscendo, quindi, a debellare queste usanze, papa Gregorio III spostò la celebrazione della festa di Ognissanti dal 13 maggio al 1 novembre 609, a Roma, per contrastare il culto di Pomona. Nel IX sec., papa Gregorio IV ufficializzò tale data estendendola a tutti i territori cristiani, sperando di debellare i riti di Samhain. Il nome Halloween, infatti, deriva dalla contrazione dei termini All Hallow’s Eve (oppure Even), dove Hallow è un termine inglese antico che vuol dire Santo, mentre Eve vuol dire Vigilia (ed Even vuol dire Sera): quindi Vigilia (o Sera) di Tutti i Santi. Nelle popolazioni di origini celtiche, infatti, la Vigilia (o per meglio dire la notte) ha una valenza superiore al giorno dedicato alla festa (è così anche per il Natale ed il Capodanno, ad esempio). Poiché, però, neanche la festa di Ognissanti riuscì ad evitare i riti tradizionali, la Chiesa fu costretta ad aggiungere, nel X sec., il giorno della Commemorazione dei Morti, il 2 novembre, cercando ancora una volta di confondere le acque e trasformare i riti pagani in riti cristiani. Dopo tutto, non sono stati anche trasformati gli antichi dei pagani in Santi, perché era l’unico modo per confondere i popoli ignoranti e convertirli al cristianesimo?

E’ stato solo nel XIX sec. che, a seguito di una terribile carestia, molti irlandesi abbandonarono le loro terre ed emigrarono negli Stati Uniti, portando con sé le proprie tradizioni, tra le quali la celebrazione di Halloween, che si diffuse presto nella popolazione americana, sempre aperta ad accogliere e trasformare (diciamo anche a snaturare) talune usanze degli immigrati europei, facendo perdere il significato originario dei riti per trasformali in eventi commerciali e goderecci. Grazie al cinema ed alla televisione, tali usanze si sono diffuse e sono tornate indietro nei paesi di origine, con l’effetto di una cassa di risonanza, anche laddove questi festeggiamenti erano stati abbandonati e perlopiù dimenticati, a causa della presenza massiccia della Chiesa, come in Italia, o dove non erano mai esistiti.

A dimostrazione che in Italia questa non è una tradizione (solo) importata, vi sono le usanze nostrane che ancora persistono dalla notte dei tempi…

  • Nel celebrare la commemorazione dei defunti, una tradizione vuole che i primi Cristiani vagabondassero per i villaggi chiedendo un dolce chiamato “pane d’anima”; più dolci ricevevano e maggiori erano le preghiere rivolte ai defunti del donatore (una tradizione, quindi, molto simile a quella degli antichi druidi e sacerdoti pagani dell’Europa pre-cristiana). Le Ossa di Morti, infatti, sono biscotti ripieni di mandorle e nocciole. A seconda della zona  questi deliziosi dolcetti possono essere chiamati Stinchetti dei morti (Umbria),  Dita d’Apostolo (Calabria) oppure Fave dei Morti.
  • In alcune zone del Paese si è soliti lasciare un lume acceso, dell’acqua fresca  e del pane per permettere alle anime dei morti in “visita” al mondo terreno  di ristorarsi.
  • In Val d’Aosta, le famiglie più rispettose della tradizione lasciano  la tavola imbandita mentre sono in visita al cimitero.
  • A Treviso si ricorre mangiando delle focacce particolari chiamate i morti vivi.
  • In Friuli e Veneto era diffusa la tradizione di intagliare zucche con fattezze di teschio (dette lumère, suche baruche o suche dei morti), e la credenza che nella notte dei morti questi potessero uscire dalle tombe, muoversi in processione, irretire i bambini, e infine che gli animali nelle stalle potessero parlare.
  • Sempre in Friuli era diffusa una tradizione simile a quella del “dolcetto o scherzetto”, ma applicata nelle festività natalizie o carnevalesche, feste che hanno pure origine come riti di passaggio d’anno, similmente a Halloween. In queste occasioni i bambini, eventualmente travestiti da figure spaventose e mostruose, potevano bussare di porta in porta recitando filastrocche il cui significato era quello di chiedere dolci, noci o piccoli regali, in cambio di un augurio rivolto all’interlocutore di accedere al paradiso.
  • Nelle campagne lombarde si sistemano  coperte e lenzuola, affinché i defunti possano riposarsi in tranquillità. L’uso di intagliare le zucche e illuminarle con una candela si ritrova, inoltre, anche in Lombardia e in Liguria, ad esempio nella cultura tradizionale di Riomaggiore nelle Cinque Terre, così come in Emilia ed in generale in tutta la pianura padana, dove si svuotavano le zucche e si usavano come normali lanterne illuminate da candele, venivano poste nei borghi più bui e vicino ai cimiteri e alle chiese. A Parma tali luci prendono il nome di lümera.
  • Nelle campagne dell’Emilia Romagna, i contadini la sera si chiudono dentro casa e non escono sino al mattino dopo: la Piligrèna stava ad indicare i fuochi fatui, pallide luci a forma di fiammelle visibili prevalentemente di notte e veniva associata, tra le varie interpretazioni, alle anime dei poveri defunti e alle anime perse del Purgatorio. La notte del 31 ottobre, a Lugo di Romagna, si assiste ancor oggi al rogo della Piligrèna. A Reggio Emilia, si festeggia mangiando dolci chiamati favette o ossa dei morti, biscotti dolci di pasta alla mandorla e ossa di zucchero aromatizzate e colorate. Si dice che mangiare tali dolciumi porti bene in quanto richiamano la protezione dei morti cari, in modo che possano proteggere dalla rigidezza dell’inverno.
  • L’uso delle zucche era ben presente anche nella cultura contadina della Toscana fino a pochi decenni fa, nel cosiddetto gioco dello zozzo (in alcune parti noto come morte secca). Nel periodo compreso tra agosto e ottobre si svuotava una zucca, le si intagliavano delle aperture a forma di occhi, naso e bocca ed all’interno si metteva una candela accesa. La zucca veniva poi posta fuori casa, nell’orto, in giardino ma più spesso su un muretto, dopo il tramonto e per simulare un vestito le si applicavano degli stracci o addirittura un abito vero e proprio. In questo modo avrebbe avuto le sembianze di un mostro provocando un gran spavento nella vittima dello scherzo, in genere uno dei bambini, mandato fuori casa con la scusa di andare a prendere qualcosa. Nella provincia di Massa Carrara la giornata è l’occasione del bèn d’i morti, con il quale in origine gli estinti lasciavano in eredità alla famiglia l’onore di distribuire cibo ai più bisognosi, mentre chi possedeva una cantina offriva ad ognuno un bicchiere di vino. Ai bambini veniva inoltre messa al collo la sfilza, una collana fatta di mele e castagne bollite. Nella zona del monte Argentario era tradizione cucire delle grandi tasche sulla parte anteriore dei vestiti dei bambini orfani, affinché ognuno potesse metterci qualcosa in offerta, cibo o denaro. Vi era inoltre l’usanza di mettere delle piccole scarpe sulle tombe dei bambini defunti perché si pensava che le loro anime tornassero in mezzo ai vivi.
  • Nel Lazio del nord la zucca intagliata ed illuminata veniva a volte chiamata La Morte.
  • In Abruzzo era tradizione scavare e intagliare le zucche e porvi, poi, una candela all’interno per utilizzarle come lanterne.
  • In Campania, in questi giorni, nessuno si sogna di fare a meno del Torrone dei Morti che si può trovare in gusti e consistenze diversi.
  • A Orsara di Puglia (FG) si festeggia il Fucacost (fuoco fianco a fianco), dove l’antichissima tradizione vuole che si accendano dei falò davanti a ogni casa (in origine di rami secchi di ginestra) che dovrebbero servire ad illuminare la strada di casa ai nostri cari defunti (in genere alle anime del purgatorio) che in quella notte tornano a trovarci. Sulla brace di questi falò, poi, viene cucinata della carne che tutti mangiano in strada assieme ai passanti. Nella giornata dell’1 novembre, nella piazza principale, si svolge la tradizionale gara delle zucche decorate (definite le cocce priatorje – le teste del purgatorio). A San Nicandro Garganico (FG) l’1 novembre è usanza andare di porta in porta a chiedere un’offerta. I bambini bussando alla porta recitano la filastrocca “damm l’anma i mort, ca snnò t sfasc la porta” (dammi l’anima dei morti, altrimenti butto giù la porta). Questa usanza ricorda molto quella del dolcetto o scherzetto, tipica dei paesi anglosassoni. A Massafra (TA) gli anziani raccontano che la notte del 31 ottobre l’aneme du priatorie (anime del purgatorio) lasciano il cimitero e percorrono in processione le vie del centro storico usando il pollice a mo’ di candela e raggiungendo le chiese per celebrare la messa dei morti. Se incontrano qualcuno per strada lo portano con sé. La tradizione popolare vuole che un tale mentre si recava al lavoro all’alba vide che in chiesa c’era la messa e vi entrò. Al termine della messa quando il prete si girò per la benedizione, si accorse che era senza naso. Solo allora si rese conto che tutti quelli che erano intorno a lui erano morti e fu sopraffatto. Le anime del purgatorio erano molto rispettate dagli anziani tanto che a loro era dedicato un posto a tavola con tanto di posate e tovagliolo. Esse rientrano nel cimitero la notte dell’Epifania.
  • A Serra San Bruno, in Calabria, vi è la secolare tradizione del Coccalu di muortu: i ragazzini, dopo aver intagliato una zucca riproducendo un teschio (in dialetto serrese, appunto, Coccalu di muortu), gironzolano per le vie del paese tenendo in mano la loro creazione e, bussando agli usci delle case oppure rivolgendosi direttamente alle persone che incontrano per strada, esordiscono con la frase: “Mi lu pagati lu coccalu?” (“Me lo pagate il teschio?”).
  • In Sicilia, durante la notte di Ognissanti, la credenza vuole che i defunti della famiglia lascino dei regali per i bambini insieme a dolci caratteristici: i Pupi di zuccaro (bamboline di zucchero) e la Frutta  martorana, preparata con la pasta di mandorle, detta anche pasta reale.
  • In Sardegna i bambini girano di porta  in porta per chiedere delle offerte per i morti e ricevono in dono pane, fichi secchi,  mandorle e dolci.  In Sardegna è conosciuta nel Sud come Is Animeddas (Sarrabus) o Is Panixeddas; in Ogliastra come Su Prugadoriu; nel Nuorese come Su mortu mortu, Sas Animas o Su Peti Cocone (Orosei). È una tradizione antichissima e prevede che i bambini si rechino di casa in casa per chiedere di fare del bene per le anime dei morti attraverso richieste di doni usando frasi di rito come “Mi ddas fait is animeddas?” (“mi fa le piccole anime?”) o “Carchi cosa pro sas animas” (“qualcosa per le anime”). I bambini che bussano alle porte si presentano nel Nuorese come sos chi toccana (“quelli che bussano”). Caratteristiche simili a Halloween si riscontrano anche nel Nord dell’isola, nell’antica festa di Sant’Andrea celebrata a Martis e in altri comuni dell’Anglona e del Goceano: la notte del 30 novembre gli adulti vanno per le vie del paese percuotendo fra loro graticole, coltelli e scuri allo scopo di intimorire i ragazzi e i bambini che nel frattempo vagano per le strade con delle zucche vuote intagliate a forma di teschio e illuminate all’interno da una candela. I giovani, quando vanno a bussare nelle case, annunciano la loro presenza battendo coperchi e mestoli e recitando una enigmatica e minacciosa filastrocca nella locale parlata sardo-corsa Sant’Andria muzza li mani!!… (“Sant’Andrea mozza le mani”) ricevendo in cambio, per questa loro esibizione, dolci, mandarini, fichi secchi, bibite e denaro.

Per concludere, quindi, ricordiamo che le ricorrenze legate ai morti riguardano tutto il mondo contadino, di ogni epoca e luogo, e non vi è proprio nulla di diabolico, in questo; semmai, hanno valore scaramantico ed apotropaico. Da oltreoceano è giunta solo l’amplificazione di tipo esibizionistico e commerciale che tipicamente stravolge il significato di ogni tradizione che giunge negli Stati Uniti: non è forse diventato una festa commerciale anche il Natale, oramai basato  su luci, regali, pranzi, abeti e su Babbo Natale, proprio grazie ai film americani? Perché, allora, scandalizzarci tanto per lo stravolgimento dei riti legati al nuovo anno agricolo-pastorale e non per quello legato alla nascita di Gesù?

Allora, semplicemente, accettiamo le trasformazioni delle feste ad opera di quei “bambinoni” troppo cresciuti e decisamente autoreferenziali degli americani, gustiamoci i festeggiamenti come sono diventati ora, senza dimenticarne il significato profondo ma senza demonizzarne il lato goliardico e, soprattutto, godiamoci la festa!!!

Buon Halloween a tutti! 👻🎃🍬

Museo archeologico di Taranto: eccellenza italiana poco conosciuta

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Alcuni giorni fa sono stata al Marta, Museo Archeologico di Taranto, uno dei musei più importanti ma meno conosciuti d’Italia.

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La collezione più famosa è quella degli ori antichi, forse la più ricca al mondo, ma non meno interessanti sono le collezioni di vasellame di varie epoche, mosaici romani e monete d’argento e d’oro.

Purtroppo uno dei tre piani non è ancora visitabile, in quanto i nuovi allestimenti sono solo parzialmente completati.

C’è da dire, però, che l’attesa del completamento vale assolutamente la pena: i vasti spazi espositivi, con parziali ricostruzioni dei ritrovamenti, le teche ben distanziate ed illuminate con didascalie chiare ed i supporti multimediali presenti in vari ambienti rendono la visita a questo museo piacevole e coinvolgente.

Abbiamo trascorso tre ore all’interno di questi ambienti ma avremmo potuto soffermarci anche di più, in quanto il tempo è passato in un attimo. Il personale addetto al museo è discreto ma, all’occorrenza, gentile e disponibile, mai privo di garbo e di un cordiale sorriso.

Mi complimento vivamente con la Direzione di questa struttura, augurandomi che venga maggiormente pubblicizzata, perché è davvero un’eccellenza del Sud Italia che è giusto conoscere.

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Per saperne di più: http://www.museotaranto.org/web/index.php?area=3&page=17&id=0&lng=it

 

Rovine in rovina… L’Italia distrugge le sue miniere d’oro! L’esempio di Ladispoli

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In Italia abbiamo un inestimabile patrimonio storico-artistico ed è cosa nota. Non esiste città o paese che non presenti incredibili testimonianze del nostro ricchissimo ed affascinante passato. Se i politici avessero la lungimiranza di puntare su questa risorsa oltre che, eventualmente, su quella agroalimentare, per basarvi l’economia del nostro Paese, l’Italia sarebbe uno Stato tutt’altro che in crisi. Quando ci rechiamo all’estero, vediamo che chi ha anche solo due sassi di epoca romana in mezzo ad una campagna sperduta, pone quei due sassi come interessante tappa di giro turistico, ovviamente a pagamento, e li tiene in gran conto, ben protetti e conservati. In Italia, invece, siamo talmente abituati ad inciampare ovunque in resti di epoca greca, etrusca e romana, ad esempio, che preferiamo lasciare andare tutto in malora, come sta accadendo, tra l’altro, agli scavi di Pompei. Ma anche volendo tralasciare casi così eclatanti, ovunque si trovano testimonianze di questo scempio. Passeggiando, ad esempio, sul lungomare di Ladispoli, ci si imbatte in testimonianze di età romana lasciate non solo senza alcuna protezione dalle intemperie e dal salnitro proveniente dal mare ma, anche, senza protezione dal non improbabile vandalismo di ragazzini che vi si possono arrampicare per un selfie o, peggio, per portar via un souvenir… Si vedono pavimentazioni in mosaico parzialmente ricoperte di sabbia e fango, resti di muri in opus reticulatum e non vi è traccia, nemmeno, di un cartello che spieghi di cosa si tratti e che indichi l’epoca di appartenenza di tali reperti. Francamente trovo tutto questo davvero avvilente.

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Perché, mi domando, non concentriamo i nostri sforzi non solo nella salvaguardia del nostro patrimonio ma, anche, nello sfruttamento di questa miniera inesauribile rappresentata dall’intero territorio italiano? Conosco restauratrici ridotte a fare le babysitter per sopravvivere, un’altra bravissima restauratrice che viene chiamata per interventi in emergenza alla quale viene detto troppo spesso, però, che non si sa quando potrà essere pagata per il suo lavoro altamente qualificato. Questa stessa eccellente professionista, dopo decenni di attività, sta accarezzando l’idea di chiudere bottega. Tutto questo è vergognoso! Quanto lavoro e quanta ricchezza sprecate! Dovremmo aprire più scuole di restauro specializzate (architettura, scultura, pittura, arti cosiddette minori) ed utilizzare il personale così qualificato per la manutenzione e conservazione di quest’immenso patrimonio. Dovremmo tutelare e valorizzare tali risorse, sistemare musei ed allestimenti, organizzare convegni internazionali, pubblicizzare all’estero tutto ciò che abbiamo (anni fa ho accompagnato una famosa designer americana a visitare gli scavi di Pompei: non li aveva mai nemmeno sentiti nominare…). E poi dovremmo formare guide turistiche, incentivare la formazione di personale proveniente da istituti alberghieri che siano in grado di supportare alberghi e ristoranti, aumentare la capacità ricettizia e potenziare i collegamenti ed i mezzi di trasporto per facilitare gli spostamenti degli stranieri ed i flussi turistici in generale. La potenziale affluenza di viaggiatori che attraverserebbe il nostro Paese potrebbe rendere l’Italia uno degli Stati più ricchi d’Europa, in barba alla crisi. Ma, purtroppo, questo è il Paese dei furbi e degli sprechi, dei politicanti che stanno distruggendo e mandando in rovina questa miniera. Assistiamo quotidianamente al lento degrado e alla distruzione del Museo Chiamato Italia…