Interrail

Negli anni ’80 andava di moda, per i ragazzi, fare il biglietto interrail con il quale girare liberamente l’Europa in treno. Ricordo che avrei voluto tanto vivere anche io questa splendida avventura ma i miei genitori non me lo permisero mai: ero minorenne e all’epoca non esistevano i telefonini che consentivano agli ansiosi ascendenti di tenere sotto apparente controllo i propri figli. E così, per me, quella splendida avventura è rimasta un sogno nel cassetto. Da allora, non ho quasi più viaggiato al di fuori dei confini nazionali, per mille ragioni. Solamente da pochi anni ho iniziato ad intraprendere alcuni viaggi di breve durata all’estero: Londra, Lisbona, Berlino e Valencia (di queste ultime due splendide tappe ancora non ho scritto). L’emozione che si prova a viaggiare in età adulta, però, sicuramente non è la stessa che si prova durante l’adolescenza: un misto di ansia e di pragmatismo si sostituiscono all’euforia ed all’incoscienza giovanile. Ad ogni modo, un poco alla volta ho iniziato a sentirmi più sicura nell’affrontare questi spostamenti: il primo viaggio l’ho fatto con un piccolo gruppo, il secondo eravamo in quattro, poi in tre e l’ultimo in due. Poco alla volta mi sono sentita più sicura e ciò che in passato mi sembrava qualcosa di spaventoso (viaggiare senza qualcuno che ne sapesse più di me o che, almeno, io ritenessi tale), oggi mi sembra piuttosto semplice e fattibile. E così ho ricominciato a pensare a quell’antico desiderio di libertà, di girare l’Europa in treno. All’epoca l’interrail era una possibilità riservata solo ai ragazzi al di sotto, se non erro, dei 26 anni. Quando, presa dalla curiosità, ho navigato su internet alla ricerca di notizie, la mia sorpresa nello scoprire che ancora esiste questo tipo di biglietto e che, per giunta, non è più riservato solo ai più giovani, è stata enorme! E, senza pensarci troppo, ho deciso di acquistare un biglietto per me e le mie figlie (che, avendo meno di 12 anni, non pagano) per girovagare un mese intero attraverso il vecchio continente. Tra pochi giorni, dunque, avrà inizio la nostra avventura europea, della quale ho intenzione di scrivere su questo mio blog. E quindi dico: <<Buona lettura a chi vorrà seguirci!>>

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Non sempre “politically correct” è meglio; non quando si tratta di bambini.

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Oltre tre anni fa, il 12/03/2015, era apparsa su Panorama un’intervista di Dolce e Gabbana in proposito dei figli adottabili da parte di coppie gay oppure nati da fecondazione assistita, a mio avviso riprovevole per ciò che concerne quest’ultimo aspetto, come esposto dal sig. Dolce. L’intervista suscitò grande scalpore. La si può trovare al seguente link:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/03/12/dolce-gabbana-famiglia-quella-tradizionale-non-ci-convincono-i-bambini-sintetici-gli-uteri-in-affitto

In questo blog anche io ho dato la mia personale risposta:

https://arabafelicissima.wordpress.com/2015/03/18/egr-sig-dolce-quanta-ipocrisia/

Poiché oltre a quella di Elton John, la mia reazione non è stata certamente l’unica, alcuni mesi dopo, il 17/08/2015, è apparsa un’altra intervista, stavolta su Vogue, con le scuse dello stilista:

http://www.corriere.it/moda/news/15_agosto_17/scuse-cinque-mesi-dopo-dolce-gabbana-famiglie-gay-frasi-inadeguate-389caff4-44c4-11e5-a4b6-1d04b76aab6d.shtml

Resto convinta di ciò che ho scritto sui temi della fecondazione ma concordo sul diritto dei figli di avere una famiglia naturale, ovvero costituita da due genitori di sesso diverso, senza nulla togliere alle coppie omosessuali. Francamente non mi sento di omologarmi all’ennesima ipocrisia del politically correct dei falsi intellettuali che, pur di non essere considerati omofobi, sarebbero disposti a fingersi d’accordo di fronte a qualsiasi cosa. Per me, i diritti dei bambini prevalgono ancora su quelli degli adulti.