L’antidoto uccide più del veleno.

È una strana cosa il dolore. Non sempre si manifesta allo stesso modo. È un compagno mutevole, che si traveste ogni volta in maniera diversa, tanto da rendersi irriconoscibile anche a chi lo prova. Ma è lì. È lui. Anche quando non lo riconosci.

Alla notizia della sua morte, incredibilmente non provai nulla. Ma poi la vidi. Una splendida statua di cera con le sue sembianze. Era lei, mia sorella. Eppure non era davvero lei. Era solo un vuoto involucro con le sue sembianze. La vidi, così bella. Il sopracciglio sinistro leggermente sollevato, come a dire: “Ve l’ho fatta un’altra volta, vi ho giocato un’altro scherzo e voi ci siete cascati“. Sembrava sorridere sotto i baffi. E le mani bianchissime e curate come non mai incrociate sul grembo in una posa falsamente naturale, erano rigide come quelle di un manichino. Poi vidi i segni, mascherati quanto più possibile: l’autopsia. E improvvisamente, lì, davanti alla sua bara nell’asettica camera ardente vuota, in cui solo i miei genitori, mio fratello ed io la guardavamo attoniti, è arrivato tanto improvviso quanto subdolo. Mi ha sferrato un pugno nello stomaco, mi ha afferrato i polmoni fino a farne uscire tutta l’aria, fino a farli bruciare. Mi ha stretto la gola in una morsa d’acciaio e le lacrime sono arrivate come un’onda di piena, mentre mi ostinavo a cercare di non piangere e le tonsille si gonfiavano per lo sforzo. Ma alla fine ha vinto lui e mi ha travolta. Era il dolore. Era arrivato. E da quel momento ha continuato a sorprendermi all’improvviso, quando meno me lo aspettavo, facendomi sussultare in singhiozzi violenti, talvolta silenziosi, tirandomi fuori già in pochi istanti una quantità di lacrime che nemmeno credevo potessero essere prodotte da un essere umano in un’intera vita. E poi lentamente andava via, lasciandomi spossata, col naso, gli occhi e il cuore rossi e gonfi di dolore. E il mio corpo aveva una sola arma per reagire: la narcolessia. Mi addormentavo ovunque, mentre gli altri parlavano, dormendo profondamente. Questa fase così acuta non è durata a lungo, forse una decina di giorni. Ma il dolore era sempre lì, come un condor appolaiato sulla mia spalla pronto a beccarmi il collo, a cercare il mio petto e i miei occhi. Ma ho iniziato a fingere che non esistesse, lasciando spazio alle lacrime solo in solitudine, pretendendo da me stessa e dai miei familiari, inclusa mia madre, distrutta, che fossimo forti e reagissimo. Per un anno il mio cuore ha fatto brutti scherzi, con battiti anomali che talvolta mi lasciavano senza fiato. Ci ho impiegato dieci anni per riuscire a sconfiggere quel dolore quasi del tutto ma, da lontano, ancora mi osserva e mi accompagna. Anche perché qualcos’altro gli ha spalancato le porte.

È una strana cosa il dolore. Di norma ama la solitudine ma, talvolta, preferisce presentarsi in compagnia.

La gente intorno a me chiacchierava e rideva. Rideva e mangiava. Faceva abbastanza freddo, era buio ed eravamo all’aperto. Le luci della festa e dei banconi che vendevano cibo si riflettevano sulla strada scura, negli occhi e sui denti scintillanti degli ospiti presenti alla sagra. Sorridevo e chiacchieravo anche io. DriiinDriiin…. Driiin… Il telefonino nella mia borsa aveva iniziato a squillare… Una voce tesa dall’altra parte: “C’è stato un incidente. Vieni all’ospedale.” Ci precipitammo. La storia sembrava inventata, tanto era inverosimile: l’ascensore nuovo aveva fatto un improvviso salto nel vuoto dal terzo piano dell’antica palazzina, come nei film dell’orrore di quart’ordine, rimbalzando violentemente sui respingenti che avevano fatto bloccare la cabina tra primo e secondo piano. E lei, al suo interno, era rimbalzata come le palline di quei giochi che vendevano quand’ero bambina e che spaccavano i polsi. Le erano scoppiate due vertebre, si era frantumanta le caviglie, schiacciata i polmoni, aveva battuto con forza la testa. Non può essere, non è vero. La guardavo passare su una barella mentre la portavano a fare una TAC. Si lamentava “La gamba… La gamba…“. La nuca, il collo, le spalle, quel poco che si intravedeva della schiena erano coperti da un enorme ematoma viola scuro. Questa volta arrivò di soppiatto, prendendomi la testa tra le mani, soffiando scintille di brace ardente sul mio cervello.”Molto probabilmente non sopravviverà. Il midollo non è danneggiato ma l’edema – se dovesse sopravvivere – potrebbe comunque intaccarlo facendola rimanere su una sedia a rotelle. Potrebbe aver riportato danni cerebrali. Adesso la portiamo in sala operatoria per la toelettatura delle fratture alle caviglie”. Le parole del chirurgo ronzavano nella mia testa pesanti come macigni. Di nuovo l’aria aveva abbandonato i miei polmoni. Non posso perderla. Non anche lei. Tra cinque giorni sarà il primo anniversario dalla sua morte. Non anche lei. Non potrei sopravvivere. Ripetevo questo tetro mantra, seduta sulle scale del grande ospedale mentre le ore passavano davanti alla sala operatoria. Avava a malapena iniziato a reagire alla morte della sua prima figlia, eravamo andate al cinema insieme, quel pomeriggio, con la sorella di mio padre che sembrava quasi più sua sorella. Notting Hill. È strano come certi particolari restino appiccicati alla memoria. Ed ora noi eravamo lì, rimettevamo le lancette sull’ora solare aspettando che qualcuno uscisse e ci dicesse qualcosa. “Sarà intubata e starà in terapia intensiva”. La prognosi riservata. L’attesa. La lunga attesa seduta per giorni davanti al reparto, andando a casa solo per una doccia o un paio di ore di sonno tormentato. Aveva preso di nuovo i miei polmoni e sadicamente li stringeva fino a un attimo prima di farmi svenire, per poi rilasciarli, e soffiava braci ardenti sul mio cervello. In più punti avevo la sensazione che piccolissimi fili infuocati si facessero strada dalla sommità della mia testa verso l’interno, al centro esatto. Ancora una volta le lacrime inarrestabili ma, stavolta, silenziose, lasciavano pozze ai miei piedi. Non era venuto solo. Aveva deciso di tormentarmi con maggior malevolenza e si era presentato con la sua compagna: la paura. Era lei che usava il fuoco. Il dolore mollava di quando in quando la sua presa, lasciando il posto alla speranza, per poi afferrarmi con sempre maggiore violenza e cattiveria, in un’altalena sadica, come se provasse piacere a torturarmi. Ero dilaniata, aggrappata al velo sottile della speranza che rendeva tutto più difficile, rischiando di lacerarsi ad ogni bollettino medico, ad ogni brevissimo attimo trascorso nel box dove vedevo mia madre respirare attraverso i tubi, tenuta in coma farmacologico, dove sentivo il freddo suono dei monitor e delle apparecchiature mediche senza che nessuna voce umana si udisse. Mio fratello riusciva a parlare con lei, a scherzare e sorridere, convinto che potesse sentirlo. Lo invidiavo ed ammiravo, perché io non ci riuscivo. Ero gelata dalla paura. Quasi non respiravo per timore che, se avesse sentito la mia voce, l’emozione le avrebbe provocato un arresto cardiaco, un collasso che l’avrebbe portata via per sempre da me. Entravo nel suo box quasi in punta di piedi e anche i miei occhi la sfioravano appena per timore di disturbarla, mentre cercavano qualche variazione nel modo in cui il suo petto si sollevava e si abbassava, in cui le sue dita erano poggiate sul lenzuolo, mentre cercavo una vibrazione sotto le sue palpebre chiuse. Un giorno, mentre ero lì, un improvviso fischio lungo e acuto uscì da un apparecchio… E il dolore si divertì a farsi sostituire dalla paura che si era improvvisamente tramutata in panico. Sin dal primo momento, dolore e paura si erano rivelati una coppia micidiale e spietata pronta a torturarmi fino allo sfinimento. Lui che mi guardava disgustato, con aria sprezzante e glaciale, lei che mi sorrideva beffarda ed infída, pericolosa e spietata. Eccoli lì di nuovo, sul punto di sopraffarmi del tutto: il suono acuto mi trapassava orecchie e cervello, gli aghi infuocati stavano affondando nel mio cranio, l’aria aveva abbandonato i miei polmoni, i battiti del mio cuore avevano accelerato di colpo, la testa era sempre più vuota e leggera, le gambe stavano cedendo, la vista si stava annebbiando. Una sola cosa ancora mi teneva aggrappata ad un sottile filo di lucidità: la certezza che se fossi svenuta in quello spazio stretto avrei ostacolato i soccorsi per mia madre. Volevo uscire da lì, quando arrivò un infermiere sorridente, che non si era reso conto della devastazione che stava per abbattersi inesorabile su di me… “È il segnale che ci avvisa che la flebo è vuota e va sostituita“. Oddio… L’aria lentamente si fece strada attraverso la gola, ma il cuore galoppava ancora, la testa ancora vuota e leggera, le gambe molli e la vista debole. Tremavo e, mentre guadagnavo l’uscita, cercavo di allontanare i malèfici amanti da me. Li cacciavo via attraverso le lacrime.

Aveva solo 59 anni al momento dell’incidente. Era iniziato il suo ennesimo calvario. Due settimane di terapia intensiva, sette mesi di ospedale, tre dei quali in un letto col busto d’acciaio e i fissatori esterni alle gambe, gli interventi, la sedia a rotelle e poi, poco alla volta, la risolutezza di rimettersi in piedi e imparare di nuovo a camminare, con la sua sola forza di volontà, a dispetto di tutte le più nere previsioni. E poi anni di terapie che non hanno mai scacciato il dolore, stavolta quello fisico, non meno perfido del suo gemello. Ma ce l’aveva fatta!

Il tempo passa e il dolore, esperto, allenta per un po’ la sua morsa, lenisce le ferite con la fresca acqua della vita che scorre, quasi dimentico di noi. Ma è solo una tattica. Tu lo sai che è lì, in agguato, che ti osserva da lontano, pronto a balzare fuori all’improvviso.

L’auto ci portava lungo strade assolate di un’estate che volgeva al termine ma pareva non saperlo. Era stata infuocata in ogni senso: gli incendi avevano devastato più che mai la nostra regione e le temperature erano simili a quelle di un forno. Di quando in quando un piccolo movimento agitava la superficie del mio enorme ventre e a me piaceva poggiare le mani in quei punti per carezzare, attraverso il sottile strato di cotone, epidermide e poco altro, le mie bambine. La sofferenza intensa che avevo provato per non riuscire ad avere figli era durata ben sette anni. In quel periodo, il dolore si era accanito sul mio corpo più che mai, con sciatalgie devastanti, blocchi cervicali e persino un attacco di appendicite operato d’urgenza. Quanto più era forte il patimento dell’anima, nascosto, tanto meno cercavo di mostrarlo mentre sorridevo. Quasi come se non si volesse rassegnare all’idea che non volevo dargliela vinta, si tramutava in dolore fisico. Più combattevo e più mi massacrava. Ma alla fine c’eravamo riusciti. Grazie ad estenuanti terapie, controlli, piccoli interventi, avevo potuto infine ammirare attraverso un monitor, prima che me li impiantassero, i tre perfetti agglomerati di cellule che si erano formati dall’unione delle cellule mie e di mio marito. Sapevo già che stavolta ce l’avremmo fatta, e sapevo che avrebbero attecchito tutti e tre.

Ormai era iniziato il settimo mese di gravidanza e le mie tre bambine mi avevano reso la donna più felice ed orgogliosa della Terra, come se fossi improvvisamente diventata una novella Eva: ero diventata la prima mamma del mondo. Il nostro medico, che ormai percepivo come un vecchio amico, ci aspettava sorridente per l’ecografia mensile di routine. Ormai mancava poco. Avremmo dovuto anticipare il parto di poche settimane per via dello spazio ristretto all’interno della mia pancia e del peso delle bimbe, che avrebbero reso difficoltoso il prosieguo della gravidanza. Non ci feci subito caso. L’ecografia si stava dilungando, il dottore aveva smesso di parlare già da un po’ ed il suo viso era serio, l’aria attenta e molto concentrata. Finalmente me ne resi conto. Calò un lungo silenzio. Alla fine il dottore terminò l’ecografia. “Uno dei battiti non c’è più”. Inizialmente non capii. Ma lentamente la verità si fece strada nella mia mente e nel mio cuore. “Dottore, una delle mie bimbe è morta?” – “…” – No. Non ci credo. Sarà un errore, pensai. Ma sapevo che il mio medico non avrebbe mai detto una cosa del genere se non fosse stato assolutamente certo. Ed eccolo lì, il dolore che negli ultimi sette mesi sembrava avermi lasciata in pace, ridere e prendersi gioco di me. Eravamo soli nella stanza e la sofferenza di una madre che ha appena perso la figlia non ancora nata iniziò a farsi largo attraverso le lacrime che appena iniziavano ad inumidire i miei occhi. “No! Non puoi piangere!!! Se piangi è la fine!” sentii dire al padre delle mie figlie. E così le lacrime furono ricacciate indietro e ingoiate e il dolore prese il sopravvento di nascosto. Perché egli non sempre viene da solo. È subdolo. È perfido. E talvolta si fa accompagnare dalla compassione. La compassione per la sofferenza degli altri che vivono la tua stessa sofferenza. Così cerchi di accantonare la tua, per far spazio a quella di colui che hai scelto come compagno di vita. Subito, però, a dolore e compassione si unisce il rancore. Come si può ordinare ad una madre di non mostrare sofferenza per la perdita di un figlio? E il dolore se la gode, perché tutti gli altri non fanno che accrescere e potenziare i suoi terribili effetti. E quando, dopo circa venti giorni, nacquero le tre bambine, la piccina morta subì un’inutile autopsia e fu sepolta in una piccolissima bara accanto alla zia, che aveva tanto desiderato avere dei nipotini. Il dolore fu lacerante. L’ansia, giunta anche lei a dare manforte agli altri mascalzoni, soffiava dietro il collo insinuando nelle pieghe delle vesti l’amica paura, pronta a torturarmi sulla salute delle altre due neonate, una delle quali sembrava avere problemi. E gli effetti del dolore crebbero. Erano una banda malevola: compassione, rancore, ansia, paura e il loro capo, il dolore. Ormai le lacrime erano inarrestabili, ovunque e con chiunque, sembravano dotate di vita propria e venivano fuori in quantità imbarazzanti nei momenti meno opportuni.

Le bimbe uscirono dall’ospedale dopo un paio di mesi, belle, sane e forti. Due angeli meravigliosi che, lentamente, ebbero la miracolosa capacità, con la loro sola ignara e dolcissima esistenza, di allontanare quasi completamente i malevoli compari.

Proprio quelle vite innocenti, che meritavano di essere protette da ogni mostro, fecero emergere altra sofferenza a lungo repressa. Soprusi, cattiverie, mancanza di rispetto o, meglio, di riguardo, che annullavano la mia dignità; manipolazioni, perfidia e malafede subíte furono ricacciate fuori dal dolore, che le espose come merce su un bancone del mercato. Le mie creature meritavano un mondo migliore. E se non era possibile cambiare tutto il mondo, era possibile cambiare almeno il loro. Così iniziò un altro percorso di patimenti: la decisione di iniziare una vita nuova.

Non è facile ricominciare, dare un taglio al passato. Perché quello diventa il periodo in cui il dolore sembra prosperare e trionfare. Arriva con tutti i suoi complici, e non ti abbandona per anni.

Era giunto il momento delle scelte difficili, dopo anni in cui negavo a me stessa l’evidenza di ciò che era. Avevo fatto di tutto per attirare la sua attenzione, il suo amore che all’inizio credevo assoluto. Desideravo che mi apprezzasse, desideravo che, almeno, mi vedesse. Quanto ha sgauazzato, il dolore, in tutto questo. Quanto ha scavato, come si è divertito. Fino a quando ho capito. Il problema non ero io. Ci ho impiegato dieci anni ma alla fine ho capito. Ed ho deciso di ricominciare nonostante tutto e nonostante tutti. Era giunto il momento. Le scelte difficili presero forma, e l’odio nei miei confronti diventò assoluto, mentre cercavo di fare da parafulmine per le mie figlie, subendo pedinamenti, trovando programmi spia installati sul mio computer, subendo furti del mio traffico telefonico, mentre cercavo di trovare le parole giuste per proteggere le bambine dal veleno che dal padre si riversava su di me e sulla mia famiglia colpendo, ovviamente, anche loro. E poi ci fu di peggio, ma di questo non posso parlare. Posso solo dire che ho subìto una violenza indicibile, come l’ha subìta il padre delle mie figlie ed anche loro stesse. Era il suo momento d’oro, il momento del dolore, che devastò me, le mie dolci stelle e tutta la mia famiglia. Il dolore più costante e duraturo, quello meno compreso e meno comprensibile ma non meno terribile.

I cambiamenti dovevano necessariamente riguardare anche il mio lavoro, però. Dovevo cominciare tutto daccapo. Avevo la necessità di sicurezze che l’attività professionale, tanto amata, non mi dava. Se volevo rinascere, dovevo prima morire. Ci stavo riuscendo, un poco alla volta, con fatica, sacrifici, l’amore delle mie figlie e dei miei cari. L’effetto boomerang arrivò: quel che non uccide, fortifica. Ed io ne stavo uscendo più forte di prima.

Ma la vita non lascia mai troppo spazio alle cose liete.

È una strana cosa il dolore. Talvolta, quando ormai dovresti sprofondare nei suoi abissi, ti rendi conto che ti ha talmente torturata da non farti sentire quasi più nulla.

Di nuovo toccò a lei, la mia stella polare, la persona che, insieme alle mie figlie, ho amato di più al mondo. Fumava, ed un giorno arrivò la notizia: “Una macchia al polmone. Non è operabile”. Questa volta, la sentenza era senza appello. Questa volta, la mia mente escogitò una strategia diversa: la negazione, l’indifferenza. E una droga potente, che già mi aveva aiutato a superare la sofferenza precedente: internet e i videogiochi, un rifugio dal mondo reale. Era troppo da sopportare, questa sofferenza che si intrecciava con le mie vicissitudini coniugali, così semplicemente la ignoravo, dedicandomi ad altro, incluso lo sport. La vedevo patire ma continuava a sorridere, talvolta a sperare. Ma io sapevo che non c’era speranza, nonostante le dicessi il contrario. È durata un anno. L’ultima notte ero là, nella stanza accanto alla sua, sulla poltrona, e quando la sentivo che si lamentava non entravo, perché avevo notato che si agitava di più. Per non sentirla giocavo, perché non volevo accettare che la stavo perdendo. E così l’ho lasciata sola. E i sensi di colpa non mi hanno più abbandonata ed ancora mi torturano, perché in tutto il mondo era l’unica che non avrei dovuto e voluto abbandonare. La mattina presto eravamo lì, con lei: mio fratello, mio padre ed io, ma io non c’ero davvero, perché telefonavo al medico, e non mi accorgevo che mia madre, alla fine, stava andando via. Il dolore era talmente tanto forte che gli ho sbattuto la porta in faccia. Non una lacrima, non un singhiozzo. Solo freddo in fondo al cuore. Ma nulla più. Una totale incapacità di provare emozioni. Eppure mi mancava e mi manca come l’aria che respiro, e continuerà a mancarmi sempre.

Ho smesso di andare in quella casa, nonostante ci fosse mio padre, col quale il rapporto divenne, poi, ancora più scherzoso e superficiale grazie alle barzellette scambiate via chat. Ci vedevamo in strada o a cena fuori, più o meno una volta al mese, perché nonostante l’età era sempre molto impegnato in attività mondane.

Ma un altro round era in arrivo. Il mal di schiena lo stava tormentando da un anno, per cui andava regolarmente dal medico. Forse per questo non aveva capito che la sofferenza, adesso, proveniva da una causa diversa. Si era sentito male, aveva chiamato mio fratello di notte, ed era andato in ospedale. Il fegato non funzionava più, non abbiamo mai saputo il perché, e poi anche i reni si fermarono. Era un uomo intelligente, colto, ed aveva capito: “Peccato, un po’ mi dispiace. Avrei voluto fare altre cose…”. E poi, come aveva fatto anche mia madre, fece alcune telefonate di addio, per salutare la sorella ed il suo migliore amico. Il suo supplizio è durato solo cinque giorni ma ha sofferto moltissimo. Si è spento lì, in ospedale, con la sua mano nella mia, che assistevo ancora una volta a quella stessa scena, al respiro di chi se ne va. Stavolta non mi ero concessa di estraniarmi per non soffrire, stavolta c’ero. Se n’era andato anche lui. E la nostra famiglia continuava a ridursi: eravamo rimasti in due. La mia sofferenza, però, durò poco anche per mio padre, forse perché mi stavo iniziando ad assuefare, come un veleno preso a piccole dosi che diventa un antidoto. In realtà le dosi, nel mio caso, erano state massicce, ma l’effetto è stato lo stesso. O forse sono stati i problemi di natura pratica successivi che non mi hanno dato il tempo di lasciarmi andare ad ulteriore dolore. Altra sofferenza, infatti, è venuta dalla vendita della loro casa, sotto la quale ormai non passo più…

È una strana cosa, il dolore. Quando non riesce più a intaccare la tua anima, quando non riesce più a farti soffrire, in realtà ha vinto. Perché toglie tutti i colori dal tuo sorriso.

Adesso la mia vita è in bianco e nero, il mio sorriso si ferma alle labbra, non arriva più al cuore. Niente gioia, nessun entusiasmo, se non quando guardo le mie figlie o per brevi e fugaci attimi. Faccio mille cose per non pensare, mi impegno e stanco in tante attività senza più la vitalità che ha sempre caratterizzato ogni mio gesto. La visione della caducità è ormai in ogni cosa. Adesso so che tutto è destinato a finire. Sempre. E non sento nulla più…

Che fortuna i docenti. Sono gli unici che lavorano 18 ore a settimana e fanno mesi di vacanze!

Ehm… Sì, beh… Ecco, vediamo… Mumble mumble… Le cose stanno così: la mattina ti scapicolli per strada per arrivare in orario, corri a firmare, a prendere il computer e poi in classe. Appello, lezione. 3, 4, 5 ore. Talvolta 6. Senza sosta, se ti va male. Poi torni in auto e ti scapicolli a casa. Spesa, pranzo, figli. Porta in palestra, a musica, poi a casa, verifica i compiti e dai una sistemata mentre prepari la cena col piccì acceso per buttare un’occhio al registro elettronico (magari hai dimenticato di firmare o scrivere qualcosa), verificare eventuali circolari, progetti, compilare la programmazione, inviare del materiale al/alla collega/preside. Ceni, gridi contro i figli che devono spegnere telefonini/tablet, preparare gli zaini, mettere in ordine, lavarsi e andare a letto. Controlli che lo facciano (e non lo fanno quasi mai!). Dai la buonanotte e vai al piccì per preparare le lezioni del giorno dopo.
Questa è una giornata tranquilla. Poi spesso resti a scuola fino a sera per collegi, dipartimenti, consigli/scrutini, formazione, progetti, incontri scuola-famiglia. Se sei fortunato non devi litigare, discutere, sentire polemiche e vivi il tutto abbastanza serenamente. Se sei fortunato i genitori mettono in discussione anche i loro figli e non sempre e solo te, docente. Poi a volte il computer di casa richiede aggiornamenti, o c’è un virus, e devi disinstallare e reinstallare i programmi. E poi talvolta ci sono le uscite, le gite e i viaggi d’istruzione. E i saggi, i concerti, i concorsi. Poi magari talvolta non stai bene tu o un tuo familiare e devi provvedere. E portare l’auto dal meccanico, andare dal commercialista, dall’avvocato, dal sindacalista, a parlare con i docenti dei tuoi figli, a comprare qualcosa da indossare o calzare per te o per loro, pagare il bollo, l’assicurazione, le bollette, andare in banca. E non devi mai spegnere il telefono: qualche collega potrebbe mandarti un messaggio di sera o nei giorni festivi per ricordarti qualcosa o avvisarti del problema che si è presentato o si potrebbe presentare. Devi essere reperibile H24, 7 giorni su 7! Il sabato e la domenica potresti dover fare corsi di formazione, attività progettuali o essere fuori in viaggio con gli alunni. Inoltre ci si avvia verso la scuola digitale: è fondamentale restare costantemente collegati con le classi virtuali. E poi attenzione a come ti muovi, parli e respiri perché ti possono denunciare anche se starnutisci troppo forte. E i tribunali ti danno torto a prescindere (docente=idiota?). Il tutto per due lire. Perché il docente non è un lavoratore con una propria vita, è un missionario (almeno così dovrebbe essere nell’immaginario collettivo). Riceve la vocazione ad insegnare da Dio, Allah, Visnù, Krishna, Buddha, Manitou. E se è stato immesso in ruolo, dopo anni di supplenze e gavetta, deve prostrarsi e baciare il suolo ogni giorno, grato per ciò che gli è disceso dal cielo!
Certo che i docenti sono davvero fortunati: fanno solo 18 ore di lezione a settimana e hanno le vacanze di Natale e due mesi di vacanze estive… 😒

Cosa sogni?

Avevo sei anni. Mia sorella e mio fratello, più grandi, andavano in giro con gli amici in bicicletta o ad allenarsi con nostro padre. Nostra madre aveva tante cose da fare ed io passavo molto tempo a giocare da sola. Ma non ero sola davvero. Con me c’erano i miei sogni. Immaginavo come sarei stata da grande (ovviamente bellissima e molto diversa da come sono diventata). Oppure sognavo di diventare pilota di un robot spaziale, come vedevo nei cartoni in tv.

Avevo quattordici anni. Ogni sera scendevo con mio fratello ed i nostri amici sul lungomare, ridevo e mi sembrava di avere il mondo a portata di mano. Sognavo. Sognavo di diventare un’attrice del cinema ed essere amata di un amore dolce come quello dei film.

Avevo trent’anni. I dolori della vita avevano già duramente incrociato il mio cammino più volte. Ma resistevo grazie ai miei sogni. Sognavo di diventare madre ed una grande progettista.

Ora che è passata più di metà della mia vita, ho solo un sogno.
Essere di nuovo capace di sognare…

(testo col quale ho partecipato al contest I have a dream. What’s yours?)

Folle disegno di legge… Poveri bambini 😔

Probabilmente il senatore Pillon (Lega) ha le idee un po’ confuse, perché per partorire quella che a mio avviso è un’idea folle, deve aver pensato prima ai bisogni dei genitori (più che altro dei padri), subordianando a questi l’equilibrio psicofisico dei figli. È vero che le associazioni dei padri separati premono per ottenere diritti che una volta erano loro negati ma è pur vero che tanto si è fatto in questa direzione, com’è giusto che sia. Adesso i figli sono assegnati ad entrambi i genitori ed i padri godono di ampio diritto di visita. Non è certo l’aggiunta del pernottamento che può aiutare i rapporti tra padri e figli. Questa la proposta di legge:

http://www.tgcom24.mediaset.it/politica/separazione-si-cambia-via-l-assegno-per-i-figli-e-l-assegnazione-della-casa_3159175-201802a.shtml

A prescindere dalle considerazioni di ordine economico, mi domando come si possano trattare i figli alla stregua di pacchi postali, senza fissa dimora, facendoli stare 15 giorni a casa di un genitore e 15 a casa dell’altro, dando loro una doppia residenza, senza che questa instabilità si ripercuota sul loro equilibrio mentale. Un bambino o un ragazzo hanno bisogno di sentirsi a casa in qualche luogo, dove tenere le proprie cose, sentirsi al sicuro. La casa è come un rifugio, una tana che ti fa sentire al sicuro dalle avversità, che ti fa sentire accolto, protetto, come in un guscio. Ma perché sia tale può essere una sola. Avete mai visto una tartaruga che se ne va in giro con due carapaci o una lumaca con due gusci? La casa è una e una soltanto. L’idea che un bambino non sappia quale posto chiamare veramente casa, perché ne ha due con le medesime potenzialità, è aberrante. Non si sentirà davvero a casa in nessun luogo. Pensate come può sentirsi un ragazzo che va o torna da scuola ogni volta in un luogo diverso, che deve portare con sé tutti i libri e quaderni, tutto ciò che gli serve per lo sport e così via… Sarebbe una vita infernale. Ma quale genio deve aver consigliato questo senatore per fargli partorire un’idea del genere? Quale terapeuta dell’età evolutiva ha dato il suo avallo (probabilmente prezzolato) ad una follia del genere (sempre che un esperto in materia sia stato consultato)? Ma ci vogliamo rendere conto che la priorità dovrebbe essere la stabilità emotiva, la salute psicofisica sancita dalla Costituzione, delle nuove generazioni? Non bastano i danni che abbiamo già fatto e ancora stiamo facendo? È sufficiente ascoltare il telegiornale tutti i giorni per capire che stiamo sbagliando qualcosa: ragazzi che aggrediscono i docenti o i genitori, baby gang, bullismo, violenza di ogni tipo e l’arroganza di chi sa che resterà impunito. Vogliamo peggiorare ulteriormente le cose? Quando si cerca di garantire il diritto di tutti, non esistono più i diritti di nessuno. Già gli antichi romani dicevano che in media stat virtus, cioè che si deve trovare il giusto equilibrio in ogni cosa. La nostra società è da tempo avviata sempre più allo sfascio, ma evidentemente si sta cercando di accelerare le cose.

Davvero si crede che, in materia di diritto di famiglia, una legge possa sempre andar bene per tutti? Il punto, semmai, è proprio questo. I casi andrebbero analizzati singolarmente, perché non è possibile generalizzare. Quello che va bene ed è giusto per uno non lo è per un altro. E si dovrebbero avere esperti davvero competenti a valutare le singole situazioni familiari, non gente assunta grazie a spinte e pressioni politiche. I danni maggiori li fanno proprio gli incompetenti messi nei posti sbagliati: assistenti sociali, psicologi, avvocati e giudici senza scrupoli, incapaci di fare bene il proprio lavoro che, invece di preoccuparsi davvero del futuro dei nostri ragazzi, si preoccupano di mettersi in mostra per fare carriera.

Ma poi mi domando: davvero possiamo mettere un argomento così importante nelle mani di uno che è tornato ai tempi della Santa Inquisizione con la sua caccia alle streghe? Sembrerebbe un pazzo esaltato, un crociato dei giorni nostri, quindi completamente anacronistico, fuori dal tempo. Leggere per credere…

https://www.corriere.it/video-articoli/2018/03/14/neo-senatore-lega-adesso-battaglia-contro-stregoneria-scuola/78e96c78-2793-11e8-bb9f-fef48ac89c0b.shtml

https://www.corriere.it/video-articoli/2018/03/14/neo-senatore-lega-adesso-battaglia-contro-stregoneria-scuola/78e96c78-2793-11e8-bb9f-fef48ac89c0b.shtml

http://m.espresso.repubblica.it/attualita/2018/03/14/news/dopo-il-gender-e-allarme-streghe-la-battaglia-del-neosenatore-leghista-nelle-scuole-1.319535

https://www.fanpage.it/il-neo-senatore-leghista-pillon-contro-la-stregoneria-insegnata-scuola/

https://www.tpi.it/2018/03/15/senatore-lega-stregoneria-scuola/

E dire che, a quanto pare, il Senatore Pillon ha fatto anche parte della commissione adozioni internazionali presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri ed è stato direttore del consultorio familiare “La Dimora” di Perugia, nonché tra gli organizzatori di tre Family Days, nel 2007, 2015 e 2016. Essendo profondamente legato alla Chiesa cattolica, c’è da domandarsi quanto questo abbia influito sulla sua ascesa al potere, di quali appoggi occulti abbia goduto e goda.

Io ho tratto le mie conclusioni. A voi le valutazioni finali…

L’Italia delle incostituzionalità: diritto alla salute? La legge non è uguale per tutti…

Partiamo dal concetto di Costituzione: nel diritto, la Costituzione di una nazione rappresenta l’atto normativo fondamentale su cui si basano tutte le regole di uno Stato.

La Costituzione italiana prevede, all’art. 32, il diritto alla salute:
La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo ed interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.
Ancora, all’art. 3 della Costituzione, si parla di uguaglianza tra i cittadini:
Tutti i cittadini hanno pari dignita’ sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
Dal primo dei due articoli che ho esposto si deduce in via immediata che, in Italia, chi ha buona disponibilità economica si può certamente curare grazie alle proprie risorse e chi è”indigente” (nullatenente e/o nullafacente) si può curare gratuitamente. E chi sta nel mezzo, cioè i tre quarti degli italiani? Recentemente il contratto dei metalmeccanici, come di alcune altre categorie (ad esempio chi lavora nel settore alberghiero ed altri), ha inserito l’obbligo per i datori di lavoro di provvedere ad un fondo sanitario integrativo per i propri dipendenti e le loro famiglie. Grazie a tale fondo, i metalmeccanici, i loro coniugi e figli possono avvalersi di controlli e cure gratuitamente, senza pagare il ticket o altro. Lo trovo giustissimo. Ma per tutti gli altri? L’opinione pubblica italiana ritiene che tutti i professionisti, gli imprenditori e i commercianti navighino nell’oro ed evadano le tasse. In realtà non è così. Anche grazie ai ripetuti periodi di crisi, ci sono molti professionisti, piccoli commercianti, imprenditori e artigiani che, nonostante l’idea diffusa, non hanno la possibilità di evadere le tasse perché non guadagnano abbastanza: le tasse le evade chi ha grossi introiti, non chi tira a campare. Poi ci sono i lavoratori del settore pubblico, semplici impiegati o insegnanti. Tanto i primi quanto i secondi non hanno la possibilità di curarsi a causa del costo elevato del ticket e delle eventuali addizionali regionali, specialmente se in famiglia entra un solo stipendio a causa della disoccupazione o del crescente numero delle separazioni, e la casa è di proprietà (come capita a tanti italiani i cui genitori, in passato, potevano investire sul mattone per i propri figli), perché non possono essere considerati indigenti. È un paradosso: se hai la casa di proprietà ed hai un solo stipendio in famiglia, per lo Stato italiano non sei indigente. Ciò nonostante muori di fame e non puoi permetterti di fare prevenzione o curarti. In alcune regioni, come la Campania, ogni anno in autunno terminano i fondi e quindi le prestazioni si devono pagare per intero, senza potersi nemmeno avvalere del ticket (che spesso è più oneroso del costo della prestazione privata). Si configura quindi una diseguaglianza giuridica, prima ancora che sociale, perché solo una parte dei lavoratori dipendenti ha diritto al fondo sanitario integrativo.

Purtroppo proliferano coloro che intestano tutto a familiari non conviventi, specialmente se hanno coniugi originari dell’Europa dell’Est dove il costo della vita, rispetto al nostro, è irrisorio, attuano finte separazioni e lasciano le case intestate ad “ex coniugi”, lavorano in nero e risultano nullatenenti. In questo modo hanno la riduzione di spesa delle utenze, sport gratis per i figli, prestazioni sanitarie gratuite e, per certi versi, campano meglio degli altri. Sia ben chiaro che non voglio entrare nel merito dei guadagni di chi davvero è indigente e di chi finge, poiché l’Italia a torto o a ragione è piena di furbetti, dico solo che, a differenza di quanto è precisato all’art. 3 della Costituzione italiana, la legge non è affatto uguale per tutti. Se così fosse, l’obbligo al fondo sanitario integrativo sarebbe istituito per tutte le categorie di lavoratori, non solo per alcune, e tutti avrebbero la possibilità di curarsi o fare prevenzione.
Se uno Stato attraverso le proprie leggi disattende il proprio mandato costituzionale in tema di uguaglianza e sanità, due nodi cruciali, come si può definire quello stesso Stato una Repubblica democratica? A voi l’ardua sentenza…

Osteria

https://wp.me/s8aoAn-osteria

Ho trovato questo racconto delizioso e ho deciso di riproporlo sul mio blog, perché è dolce-amaro, presentato con grande delicatezza. La narratrice della vicenda e la scrittrice sembrano scambiarsi i ruoli, il racconto terribile è presentato con un senso di serena ineluttabilità. A me è piaciuto molto. Spero piaccia anche a voi.

Interrail – considerazioni finali.

La nostra lunga avventura è terminata e non ci sono stati intoppi. Ma è arrivato il momento di tirare le somme e fare alcune considerazioni.

1) Se decidete di intraprendere un’avventura del genere è il caso di partire con largo anticipo, per avere il tempo di organizzare il viaggio con tutte le eventuali prenotazioni, spalmare la spesa di queste su più mesi, trovare i posti sui treni, avere maggiore possibilità di scelta per gli alloggi a prezzi inferiori ed infine per prenotare eventuali attrazioni con tutta calma.

2) Verificate se è il caso di fare un interrail di 1° classe piuttosto che di 2°, perché se è vero che costa un poco in più, consente di prenotare cuccette o vagoni letto in caso di viaggi notturni, che altrimenti sono decisamente pesanti. Nessuno, poi, vi costringe a prenotare gli spostamenti diurni in 1° classe. La scelta dipende dall’età degli interrailers 😜.

3) In passato fare l’interrail era l’unico modo economico che avevano i giovani per girare l’Europa. Non c’era bisogno di prenotare alcun treno e si poteva salire e scendere dai convogli a piacimento, mentre adesso ci sono dei limiti. Inoltre, in giro non c’era l’alto numero di viaggiatori che c’è attualmente e si poteva decidere una tappa all’ultimo minuto senza problema, perché si trovava facilmente posto, e tutto era molto più easy. Per finire, spesso i ragazzi andavano negli ostelli, che in genere erano delle topaie a basso costo. Adesso sono dei veri e propri alberghi e non sono più tanto economici né facilmente liberi. Tutto questo fa sì che si debbano organizzare tappe, spostamenti e alloggi in largo anticipo, perdendo un po’ della spontaneità di questo tipo di esperienza ed i costi non sono più tanto alla portata dei ragazzi.

4) Per ovviare ai problemi di cui al punto precedente, si può pensare di evitare le capitali e le mete più conosciute per andare alla scoperta di sentieri meno battuti, paesini e villaggi che, magari, sono anche più interessanti. Oppure ci si può rivolgere ai paesi dell’Est Europa che, a quel che so, meritano davvero di essere visti.

5) A differenza dei treni italiani, nei paesi nordeuropei i treni spaccano il minuto, funzionano, e si sa da quale binario partono con molte ore di anticipo. Allora mi domando: perché diavolo in Italia è così facile che non siano puntuali e, soprattutto, perché il numero del binario si conosce solo pochi minuti prima della partenza del treno (quando non cambiano il binario addirittura all’ultimo!!!)? Per carità, i nostri treni sono spesso più belli, ma a questa bellezza in genere non corrisponde altrettanta comodità.

6) Sono alcuni anni, ormai, che vado e vengo da Roma in treno ma non ho mai incontrato interrailers, tanto che credevo che questo tipo di viaggio non esistesse più. In giro per l’Europa se ne vedono di più. Come mai? È una pratica poco pubblicizzata da noi, snobbata dai nostri ragazzi, o semplicemente ormai troppo dispendiosa? Questa risposta la lascio a voi…

7) Considerazioni sulla Germania: non c’è bisogno di preoccuparsi se non si conoscono le lingue. In questo paese ci sono moltissimi italiani o figli di italiani ed è estremamente facile trovare qualcuno che possa parlare con noi. Non sempre è un popolo così preciso e onesto: spesso saltano le file e talvolta si trovano i furbetti che cercano di imbrogliarti. Tutto il mondo è paese! (Ovviamente le mie generalizzazioni non vanno intese come tali ma si riferiscono a comportamenti più o meno diffusi che non solo in questo viaggio ho avuto modo di notare tra tanti, non tutti, gli abitanti della Germania).

8) A proposito della Germania: fanno un cappuccino più buono del nostro (specialmente a Berlino!), il che spiega forse la passione teutonica per questa bevanda.

9) Sebbene Copenhagen sia mediamente una bella città e ben organizzata, a parte il centro è un luogo piuttosto triste, privo di vita e poco movimentato. Dopo le 18 si svuota e dopo le 22 è un autentico deserto. Forse per questa ragione è la città che ci è piaciuta meno.

10) Come è facile immaginare, Amsterdam è l’esatto opposto di Copenhagen: vitale, gioiosa, piena di giovani e di turisti, molto meno “scombinati” di quanto si possa credere. Non si smetterebbe mai di fare shopping, dalle scemenze per turisti (in special modo), ai formaggi e alla cioccolata. È però una città carissima, forse la più cara che abbiamo visitato nel nostro tour, insieme ovviamente a Copenhagen.

11) Londra. Per fortuna avevo avuto modo di vederla, in passato, nel mese di aprile. Mai più tornerò in estate: calda, caotica, superaffollata. Vi sconsiglio di vederla in luglio e agosto. La odiereste. Anche qui lavorano molti italiani. Gli inglesi sono generalmente molto cortesi ma risultano un po’ “ingessati”. Non aspettatevi grandi slanci sebbene, ripeto, siano molto cortesi. Merita, comunque, una visita piuttosto lunga: sono tante le cose da fare e da vedere.

12) York è molto turistica e molto piccola: non vale la pena soffermarsi più di due giorni a meno che non si vogliano vedere anche i dintorni, cioè lo Yorkshire.

13) Edimburgo: che dire?! Sono di parte. Noi l’abbiamo amata più di qualunque altra tappa. Tanto sono freddi ed educati gli inglesi, tanto sono socievoli, allegri ed ospitali gli scozzesi! Non è improbabile incrociare per strada uomini con il kilt anche se non è così frequente come si possa immaginare. E non lasciatevi impressionare: l’haggis è squisito!!! Se riuscite ad andare a Edimburgo nelle prime settimane di agosto è anche meglio: potreste vedere il Military Tattoo che noi, purtroppo, ci siamo perse. I ristoranti chiudono le cucine alle 21,00 ma i numerosi pub e cocktail bar chiudono alle 23,00. O meglio, da quell’ora non possono ospitare avventori all’esterno dei locali.

14) Mancavo da Parigi da trent’anni. C’ero stata due volte e l’avevo amata. Adesso è molto più sporca, caotica e disorganizzata. Sono arrivata quasi ad odiarla. Anche qui, probabilmente, abbiamo scelto il periodo sbagliato. Inoltre abbiamo notato che i parigini non sorridono mai, né gli adulti né i bambini… Che tristezza! In compenso i francesi di seconda generazione, decisamente belli e piuttosto raffinati, sono più disposti al sorriso (ciò vale specialmente per gli uomini… Scusate se sono di parte! 😜)

15) Tornando al confronto tra i vari paesi europei con l’Italia, stavolta mi soffermo su Salerno. Abbiamo la cosiddetta metropolitana leggera, cioè una linea ferroviaria che collega lo stadio Arechi alla stazione di Salerno ogni 20 minuti ed è stata aggiunta qualche fermata urbana ai treni regionali tra Salerno e Napoli. Ma il problema, affrontato spesso anche dai turisti, è l’acquisto dei biglietti. Sì, perché se sei straniero non saprai mai dove comprarli. E anche se sei salernitano e devi prendere la metropolitana quando i tabaccai sono chiusi, dovrai sicuramente andare a piedi. Mi domando: ma qui non hanno mai sentito parlare di biglietterie automatiche? È così difficile installarne un paio in ogni stazione?

16) Una cosa che mi ha particolarmente colpito: in Danimarca, patria della Ceres, e in Scozia, patria della Tennents, queste birre non si vedono da nessuna parte. Ma la cosa che più mi ha stupito, quasi ovunque, è il fatto che è molto venduta ed apprezzata la birra italiana: Moretti, Nastro Azzurro e soprattutto la Peroni sono diffusissime e molto richieste. Francamente, non l’avrei mai pensato…

17) Paese che vai, usanze che trovi. Parliamo dei semafori. Di Amsterdam ho già parlato ampiamente nel capitolo a questa riservato (https://arabafelicissima.com/2018/07/16/diario-di-viaggio-parte-3-amsterdam/) . Per quanto riguarda Copenhagen, pare che se i pedoni non attraversano sulle strisce questi possano anche essere arrestati (un po’ esagerato ma tant’è!). A Londra, ho constatato che la zona di Marylebone ha semafori per i pedoni non sincronizzati, per cui se diventa verde per l’attraversamento di una carreggiata, contemporaneamente diventa rosso per l’attraversamento della seconda. Ma l’assurdità totale l’ho trovata a Parigi… Attenti ad attraversare col verde: se lo è per i pedoni, lo è anche per le auto che devono svoltare in direzione degli stessi. Sì, avete letto bene: il verde scatta sia per i pedoni sia per le vetture che devono svoltare ed è una gran confusione. Forse per questo a Parigi nessuno rispetta semafori o strisce pedonali. Ma proprio nessuno. Mai! Avevo visto questo comportamento solo da noi.

18) Se decidete di andare a Parigi, vi conviene verificare prima quali musei volete visitare, i giorni di chiusura anche parziale ed i costi, che spesso non includono tutti i settori degli stessi. Fate un confronto con il costo del pass e di ciò che lo stesso include. Attenzione, perché quando vedete l’elenco dei musei inclusi, non è scritto da nessuna parte che alcuni settori, spesso i più interessanti, di quegli stessi musei si devono pagare a parte, perché non inclusi nel pass. Personalmente, trovo tutto ciò disonesto o, in ogni caso, scorretto. Difatti una cosa del genere è avvenuta solo in Francia. Quindi verificate con attenzione prima di acquistare il pass.

Avrei voluto stilare un semplice decalogo di considerazioni finali ma, a mano a mano che scrivevo, mi venivano in mente altre cose e così, tanto per variare, mi sono dilungata un po’ troppo. Spero che abbiate trovato interessante il mio diario di viaggio e che vi fossero spunti utili per le vostre prossime avventure. Grazie per avermi seguito! Alla prossima! 🤗